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Intervista di Federica Faraone all'orafo fiorentino

Esiste un pensiero che sta dietro ai preziosi oggetti di Claudio Ranfagni, che ci sia nel mondo la persona giusta per ogni gioiello, non si sa come e quando avverrà l’incontro ma prima o poi si troveranno. Claudio Ranfagni si avvicina al mestiere di orefice grazie al padre, che a sua volta aveva iniziato a 11 anni imparando da uno dei migliori gioiellieri d’Europa.
Gemelli

Dopo aver avuto tanti anni un laboratorio, ora torna al pubblico aprendo un negozio; come mai questa scelta?

Io non voglio stare nascosto, ho bisogno del contatto con le persone, gli stessi clienti mi cercano. Se entra qualcuno mentre sto lavorando lo accolgo di buon grado, sono ben lieto di condividere e far conoscere. Questo lavoro, inteso artigianalmente, consiste nel far nascere un oggetto insieme al cliente stesso. La commercializzazione di questi oggetti è difficile anche perché trattasi di pezzi unici che si possono apprezzare con un certo grado di conoscenze.

Si possono dunque definire vere e proprie preziose opere d’arte?

Ritengo che la maggior parte dell’estro venga sempre da 10 grammi d’oro: quando le pietre sono belle, l’orafo fa presto a valorizzarle, ma quando si hanno solo 10 grammi d’oro allora entra in campo tutta la fantasia. È una forma d’arte e i materiali passano in secondo piano. I nostri clienti cercano proprio questo, un oggetto che non verrà mai distrutto ma anzi tramandato.È comprensibile un senso di distacco dalle proprie creazioni, ma rimane un attaccamento ideale, nasce il consolante pensiero che gli oggetti siano in buone mani e impreziosiscano la vita di altre persone.

Immagino che per creare sempre con originalità sia necessario studiare, aggiornarsi e mantenersi curiosi verso tutto. È così?

Si, questo è l’aspetto che rende interessante un lavoro a lungo termine.
Le pietre, con luci di rifrazioni, durezze, vanno studiate per poterle usare e lavorare al meglio. Io lavoro spaziando nel classico ma lo sguardo è sempre rivolto alla novità, al futuro, senza copiare nessuno e mantenendo la propria identità. Mantengo modelli e impostazione del lavoro cercando di imparare sempre qualcosa di nuovo senza togliere nulla al mestiere e alla sua originale natura. Il bello di questo lavoro è che uno cresce e può trovare pregi e difetti nelle cose che ha fatto. Si evolve, è sempre un migliorarsi.

I suoi gioielli hanno avuto molti riconoscimenti. Come vive questo momento storico?

Si, sono venduti in Giappone ed esposti al Museo degli Argenti di Firenze. Ritengo che comunque i mestieri d’arte siano pericolosamente a rischio, Santa Croce e San Frediano si stanno lentamente svuotando. Ma credo allo stesso tempo che siano periodi, come è sempre stato, e che nei momenti così è bello stare vicini fra noi artigiani cercando di valorizzare il più possibile il nostro lavoro.

Si è mai immaginato un percorso tipo da poter intraprendere in modo da diffondere curiosità e cultura?

Si, già in passato si fece una scuola, negli anni ’80 con il primo negozio. In effetti non era una scuola canonicamente intesa, ma una persona poteva vedere ed imparare tutti i passaggi, dal prendere un ordine facendo un disegno, un preventivo a consegnare l’oggetto, non solo vederlo fare ed imparare a farlo. Era reale. Il nostro obbiettivo era quello di far capire alle persone che tutti hanno innato lo stimolo a costruire qualcosa, poi logicamente va alimentato con la passione. Per quanto riguarda me non voglio essere egoista, tanta gente è stata fin troppo gelosa e non ha tramandato il proprio sapere, e questo è un peccato. Anche perché bisogna insegnare che quello che conta, oltre alla tecnica manuale, sono la fantasia e l’originalità.

Intervista tratta dal sito Osservatorio dei Mestieri d'Arte


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